19/05/2020
INAIL: RESPONSABILITA' IN CAPO AL DATORE DI LAVORO
INAIL: RESPONSABILITA' IN CAPO AL DATORE DI LAVORO
30/11/2020 
Infortunio da contagio Covid-19: nessuna presunzione di responsabilità penale su datore
Roma 27 novembre 2020 _ Come già comunicato dalla Confederazione con le circolari prot. CASARTIGIANI 105/2020 e 108/2020 rispettivamente del 3 e 8 giugno u.s. in tema di Responsabilità del datore di lavoro nei casi di infortunio in conseguenza del rischio di contagio derivante dall’emergenza epidemiologica da Covid-19, la Legge 5 giugno 2020 n.40 chiarisce in via definitiva che la responsabilità del datore di lavoro è ipotizzabile solo in caso di violazione dei protocolli e delle linee guida governativi e regionali.
Ai sensi dell’art. 2087 c.c. il datore di lavoro è titolare di una posizione di garanzia: si tratta di una disposizione che pone in essere un generico obbligo che necessita di specificazione da parte del legislatore con norme puntuali: dunque, in tale contesto viene in rilievo la normativa antinfortunistica.
L’obbligo di tutela della integrità psicofisica dei lavoratori (art. 2087 c.c.) viene così identificato dalla succitata norma «mediante l’applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 fra il Governo e le parti sociali, negli altri protocolli e linee guida, nonché mediante l’adozione e il mantenimento delle misure ivi previste (…)».
Le misure del protocollo devono essere adottate e mantenute per "tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” (art. 2087 Cod. Civ.) e per evitare la possibile contestazione della "colpa" del datore di lavoro in caso di danni o lesioni subite dal lavoratore in relazione all'infezione da COVID.
Con la presente circolare _ ad ulteriore conferma dei principi sopra richiamati_ vogliamo portare all’attenzione delle nostre associazioni la sentenza n.3282/2020 con la quale la Corte di Cassazione è intervenuta ad escludere che l'art. 2087 c.c. /ossa configurare una ipotesi di responsabilità oggettiva del datore di lavoro, essendone elemento costitutivo la colpa, intesa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore.
Né può desumersi _ secondo il Giudice di legittimità _ dall’indicata disposizione un obbligo assoluto in capo al datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile e diretta ad evitare qualsiasi danno al fine di garantire così un ambiente di lavoro a “rischio zero”. In altre parole l'imprevedibilità di un evento quale il contagio non può comportare l'onere in capo al datore di lavoro di garantire il c.d. rischio zero, se il pericolo non è eliminabile neppure con l'adozione delle dovute cautele.
Ulteriore principio riportato nella citata sentenza e che non si può automaticamente presupporre, dal semplice verificarsi del danno, l’inadeguatezza delle misure di protezione adottate, ma è necessario, piuttosto, che la lesione del bene tutelato derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche in relazione al lavoro svolto.
Quanto sopra conferma pertanto che la responsabilità del datore di lavoro è ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del decreto legge 16 maggio 2020, n.33. Il rispetto delle misure di contenimento, se sufficiente a escludere la responsabilità civile del datore di lavoro, non è certo bastevole per invocare la mancata tutela infortunistica nei casi di contagio da Sars-Cov-2, non essendo possibile pretendere negli ambienti di lavoro il rischio zero. Circostanza questa che ancora una volta porta a sottolineare l’indipendenza logico-giuridica del piano assicurativo da quello giudiziario.
 
 
 
15/05/2020
Covid-19, nessuna connessione tra il riconoscimento dell’origine professionale del contagio e la responsabilità del datore di lavoro
I criteri applicati dall’Inail per l’erogazione delle prestazioni assicurative ai lavoratori che hanno contratto il virus sono totalmente diversi da quelli previsti in sede penale e civile, dove è sempre necessario dimostrare il dolo o la colpa per il mancato rispetto delle norme a tutela della salute e della sicurezza
ROMA - Dal riconoscimento del contagio come infortunio sul lavoro non deriva automaticamente una responsabilità del datore di lavoro. Lo precisa l’Inail, in riferimento al dibattito in corso sui profili di responsabilità civile e penale per le infezioni da Covid-19 di cui l’Istituto abbia accertato l’origine professionale. Non si possono confondere, infatti, i criteri applicati dall’Inail per il riconoscimento di un indennizzo a un lavoratore infortunato con quelli totalmente diversi che valgono in sede penale e civile, dove l’eventuale responsabilità del datore di lavoro deve essere rigorosamente accertata attraverso la prova del dolo o della colpa.

L’ammissione alla tutela dell’Istituto non ha alcun rilievo in sede penale e civile. L’ammissione del lavoratore contagiato alle prestazioni assicurative Inail non assume, quindi, alcun rilievo né per sostenere l’accusa in sede penale, dove vale il principio della presunzione di innocenza e dell’onere della prova a carico del pubblico ministero, né in sede civile, perché ai fini del riconoscimento della responsabilità del datore di lavoro è sempre necessario l’accertamento della colpa nella determinazione dell’infortunio, come il mancato rispetto della normativa a tutela della salute e della sicurezza.

Per le tante modalità di contagio e la mutevolezza delle prescrizioni difficile configurare violazioni. La molteplicità delle modalità del contagio e la mutevolezza delle prescrizioni da adottare nei luoghi di lavoro, che sono oggetto di continui aggiornamenti da parte delle autorità sulla base dell’andamento epidemiologico, rendono peraltro estremamente difficile configurare la responsabilità civile e penale dei datori di lavoro.